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Stories from the Italian Poets: With Lives of the Writers, Vol. 2
by Leigh Hunt
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[Footnote 11:

"Ecco tra fronde e fronde il guardo avante Penetra, e vede, o pargli di vedere, Vede per certo," &c. St. 17.]

[Footnote 12: The line about the peacock,

"Spiega la pompa de l'occhiute piume," Opens wide the pomp of his eyed plumes,

was such a favourite with Tasso, that he has repeated it from the Aminta, and (I think) in some other place, but I cannot call it to mind.]

[Footnote 13:

"Teneri sdegni, e placide e tranquille Repulse, e cari vezzi, e liete paci, Sorrisi, e parolette, e dolci stille Di pianto, e sospir' tronchi, e molli baci." St. 5

This is the cestus in Homer, which Venus lends to Juno for the purpose of enchanting Jupiter

Greek: N kai apo staethesphin elusato keston himanta Poikilon' entha de ohi thelktaeria panta tetukto' Enth' heni men philotaes, en d' himeras, en d' oaristus, Parphasis, hae t' eklepse noon puka per phroneonton.]

Iliad, lib. xiv. 214.

She said; and from her balmy bosom loosed The girdle that contained all temptinguess— Love, and desire, and sweet and secret talk Lavish, which robs the wisest of their wits.]



APPENDIX

* * * * *

No. I.

THE DEATH OF AGRICAN.

BOIARDO.

Orlando ed Agricane un' altra fiata Ripreso insieme avean crudel battaglia, La piu terribil mai non fu mirata, L'arme l'un l'altro a pezzo a pezzo taglia. Vede Agrican sua gente sbarattata, Ne le puo dar aiuto, che le vaglia. Pero che Orlando tanto stretto il tiene, Che star con seco a fronte gli conviene.

Nel suo segreto fe questo pensiero, Trar fuor di schiera quel Conte gagliardo; E poi Che ucciso l'abbia in su 'l sentiero, Tornare a la battaglia senza tardo; Pero che a lui par facile e leggiero Cacciar soletto quel popol codardo; Che tutti insieme, e 'l suo Re Galafrone, Non li stimava quanto un vil bottone.

Con tal proposto si pone a fuggire, Forte correndo sopra la pianura; Il Conte nulla pensa a quel fallire, Anzi crede che 'l faccia per paura. Senz' altro dubbio se 'l pone a seguire, E gia son giunti ad una selva scura Appunto in mezzo a quella selva piana, Era un bel prato intorno a una fontana.

Fermossi ivi Agricane a quella fonte, E smonto de l'arcion per riposare, Ma non si tolse l'elmo da la fronte, Ne piastra, o scudo si volse levare; E poco dimoro, che giunse 'l Conte, E come il vide a la fonte aspettare, Dissegli: Cavalier, tu sei fuggito, E si forte mostravi e tanto ardito!

Come tanta vergogna puoi soffrire, A dar le spalle ad un sol cavaliero! Forse credesti la morte fuggire, Or vedi che fallito hai il pensiero; Chi morir puo onorato dee morire; Che spesse volte avviene e di leggiero, Che, per durar in questa vita trista, Morte e vergogna ad un tratto s'acquista.

Agrican prima rimonto in arcione, Poi con voce soave rispondia Tu sei per certo il piu franco Barone, Ch'io mai trovassi ne la vita mia, E pero del tuo scampo fia cagione La tua prodezza e quella cortesia, Che oggi si grande al campo usato m'hai, Quando soccorso a mia gente donai.

Pero ti voglio la vita lasciare, Ma non tornasti piu per darmi inciampo. Questo la fuga mi fe simulare, Ne v'ebbi altro partito a darti scampo. Se pur ti piace meco battagliare, Morto ne rimarrai su questo campo; Ma siami testimonio il cielo e 'l sole, Che darti morte mi dispiace e duole.

Il Conte gli rispose molto umano, Perche avea preso gia di lui pietate; Quanto sei, disse, piu franco e soprano, Piu di te mi rincresce in veritate, Che sarai morto, e non sei Cristiano, Ed anderai tra l'anime dannate; Ma se vuoi il corpo e l'anima salvare, Piglia battesmo, e lascierotti andare.

Disse Agricane, e riguardollo in viso: Se tu sei Cristiano, Orlando sei. Chi mi facesse Re del Paradiso, Con tal ventura non la cangierei; Ma sin or ti ricordo e dotti avviso, Che non mi parli de' fatti de' Dei, Perche potresti predicar invano; Difenda it suo ciascun co 'l brando in mano.

Ne piu parole; ma trasse Tranchera, E verso Orlando con ardir s'affronta. Or si comincia la battaglia fiera, Con aspri colpi, di taglio e di ponta; Ciascun e di prodezza una lumiera, E sterno insieme, com'il libro conta, Da mezzo giorno insino a notte scura, Sempre piu franchi a la battaglia dura.

Ma poi che 'l sol avea passato il monte E cominciossi a far il ciel stellato, Prima verso del Re parlava it Conte; Che farem, disse, the 'l giorno n'e andato? Disse Agricane, con parole pronte: Ambi ci poseremo in questo prato, E domattina, come il giorno appare, Ritorneremo insieme a battagliare.

Cosi d'accordo il partito si prese; Lega il destrier ciascun come gli piace, Poi sopra a l'erba verde si distese: Come fosse tra loro antica pace, L'uno a l'altro vicino era e palese. Orlando presso al fonte isteso giace, Ed Agricane al bosco piu vicino Stassi colcato, a l'ombra d'un gran pino.

E ragionando insieme tutta via Di cose degne e condecenti a loro, Guardava il Conte il ciel, poscia dicia: Questo the ora veggiamo, e un bel lavoro, Che fece la divina Monarchia, La luna d'argento e le stelle d'oro, E la luce del giorno e 'l sol lucente, Dio tutto ha fatto per l'umana gente.

Disse Agricane: Io comprendo per certo, Che to vuoi de la fede ragionare; Io di nulla scienza son esperto, Ne mai sendo fanciul, volsi imparare; E ruppi il capo al maestro mio per merto; Poi non si pote un altro ritrovare, Che mi mostrasse libro, ne scrittura, Tanto ciascun avea di me paura.

E cosi spesi la mia fanciullezza, In caccie, in giochi d'arme e in cavalcare; Ne mi par che convenga a gentilezza, Star tutto il giorno ne' libri a pensare; Ma la forza del corpo e la destrezza Conviensi al cavaliero esercitare; Dottrina al prete, ed al dottor sta bene; Io tanto saccio quanto mi conviene.

Rispose Orlando: Io tiro teco a un seguo, Che l'armi son del'uomo il primo onore; Ma non gia che 'l saper faccia un men degno, Anzi l'adorna com' un prato il fiore; Ed e simile a un bove, a un sasso, a un legno, Che non pensa a l'eterno Creatore; Ne ben si puo pensar, senza dottrina, La somma maestade, alta e divina.

Disse Agricane: Egli e gran scortesia A voler contrastar con avvantaggio. Io t' ho scoperto la natura mia, E to conosco, the sei dotto e saggio; Se piu parlassi, io non risponderia; Piacendoti dormir, dormiti ad aggio; E se meco parlar hai pur diletto, D'arme o d' amor a ragionar t' aspetto.

Ora ti prego, che a quel ch' io domando Risponda il vero, a fe d' uomo pregiato; Se in se' veramente quell' Orlando, Che vien tanto nel mondo nominato; E perche qui sei giunto, e come, e quando; E se mai fosti ancora innamorato; Perche ogni cavalier, ch'e senza amore, Se in vista e vivo, vivo senza core.

Rispose il Conte: Quell' Orlando sono, Che uccise Almonte e'l suo fratel Troiano; Amor m' ha posto tutto in abbandono, E venir fammi in questo luogo strano. E perche teco piu largo ragiono, Voglio the sappi che 'l mio cor e in mano De la figliuola del Re Galafrone, Che ad Albracca dimora nel girone.

Tu fai co 'l padre guerra a gran furore, Per prender suo paese e sua castella; Ed io qua son condotto per amore, E per piacer a quella damisella; Molte fiate son stato per onore E per la fede mia sopra la sella; Or sol per acquistar la bella dama Faccio battaglia, e d'altro non ho brama.

Quando Agrican ha nel parlare accolto, Che questo e Orlando, ed Angelica amava, Fuor di misura si turbo nel volto, Ma per la notte non lo dimostrava; Piangeva sospirando come un stolto, L'anima e 'l petto e 'l spirto gli avvampava, E tanto gelosia gli batte il core, Che non e vivo, e di doglia non more.

Poi disse a Orlando: Tu debbi pensare, Che come il giorno sara dimostrato, Debbiamo insieme la battaglia fare, E l'uno o l'altro rimarra su 'l prato. Or d'una cosa ti voglio pregare, Che, prima che vegnamo e cotal piato, Quella donzella, che 'l tuo cor disia, Tu l'abbandoni e lascila per mia.

Io non potria patire, essendo vivo, Che altri con meco amasse il viso adorno: O l'uno o l'altro al tutto sara privo Del spirto e de la dama al novo giorno; Altri mai non sapra, che questo rivo E questo bosco, ch'e quivi d'intorno, Che l'abbi rifiutata in cotal loco E in cotal tempo, che sara si poco.

Diceva Orlando al Re: Le mie promesse Tutte ho servate, quante mai ne fei; Ma se quel che or mi chiedi io promettesse E s'io il giurassi, io non l'attenderei; Cosi poria spiccar mie membra istesse E levarmi di fronte gli occhi miei, E viver senza spirto e senza core, Come lasciar d' Angelica l'amore.

Il Re Agrican, che ardeva oltre misura, Non puote tal risposta comportare; Benche sia 'l mezzo de la notte scura, Prese Bajardo e su v' ebbe a montare, Ed orgoglioso, con vista sicura, Isgrida al Conte, ed ebbel a sfidare, Dicendo: Cavalier, la dama gaglia Lasciar convienti, o far meco battaglia.

Era gia il Conte in su l' arcion salito, Perche, come si mosse il Re possente, Temendo dal Pagan esser tradito, Salto sopra 'l destrier subitamente; Onde rispose con animo ardito: Lasciar colei non posso per niente; E s'io potess, ancora io non vorria; Avertela convien per altra via.

Come in mar la tempesta a gran fortuna, Cominciarno l' assalto i cavalieri Nel verde prato, per la notte bruna, Con sproni urtarno addosso i buon destrieri; E si scorgeano al lume de la luna, Dandosi colpi dispietati e fieri, Ch' era ciascun difor forte ed ardito Ma piu non dico; il Canto e qui finito.

ARIOSTO.

Seguon gli Scotti ove la guida loro Per l'alta selva alto disdegno mena, Poi che lasciato ha l'uno e l'altro Moro, L'un morto in tutto, e l'altro vivo a pena. Giacque gran pezzo il giovine Medoro, Spicciando il sangue da si larga vena, Che di sua vita al fin saria venuto, Se non sopravenia chi gli die aiuto.

Gli sopravenne a caso una donzella, Avvolta in pastorale et umil veste, Ma di real presenzia, e in viso bella, D'alte maniere e accortamente oneste. Tanto e ch'io non ne dissi piu novella, Ch'a pena riconoscer la dovreste; Questa, se non sapete, Angelica era, Del gran Can del Catai la figlia altiera.

Poi che 'l suo annello Angelica riebbe, Di the Brunel l'avea tenuta priva, In tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe, Ch'esser parea di tutto 'l mondo schiva: Se ne va sola, e non si degnerebbe Compagno aver qual piu famoso viva; Si sdegna a rimembrar the gia suo amante Abbia Orlando nomato, o Sacripante.

E, sopra ogn'altro error, via piu pentita Era del ben che gia a Rinaldo volse. Troppo parendole essersi avvilita, Ch'a riguardar si basso gli occhi volse. Tant'arroganzia avendo Amor sentita, Piu lungamente comportar non volse. Dove giacea Medor, si pose al varco, E l'aspetto, posto lo strale all'arco.

Quando Angelica vide il giovinetto Languir ferito, assai vicino a morte, Che del suo Re che giacea senza tetto, Piu che del proprio mal, si dolea forte, Insolita pietade in mezo al petto Si senti entrar per disusate porte, Che le fe' il duro cor tenero e molle; E piu quando il suo caso egli narrolle.

E rivocando alla memoria l'arte Ch'in India imparo gia chirurgia, (Che par che questo studio in quella parte Nobile e degno e di gran laude sia; E, senza molto rivoltar di carte, Che 'l patre a i figli ereditario il dia) Si dispose operar con succo d'erbe, Ch'a piu matura vita lo riserbe.

E ricordossi che passando avea Veduta un'erba in una piaggia amena; Fosse dittamo, o fosse panacea, O non so qual di tal effetto piena, Che stagna il sangue, e de la piaga rea Leva ogni spasmo e perigliosa pena, La trovo non lontana, e, quella colta, Dove lasciato avea Medor, die volta.

Nel ritornar s'incontra in un pastore, Ch'a cavallo pel bosco ne veniva Cercando una iuvenca, che gli fuore Duo di di mandra e senza guardia giva. Seco lo trasse ove perdea il vigore Medor col sangue che del petto usciva; E gia n'avea di tanto il terren tinto, Ch'era omai presso a rimanere estinto.

Del palafreno Angelica giu scese, E scendere il pastor seco fece anche. Pesto con sassi l'erba, indi la presse, E succo ne cavo fra le man bianche: Ne la piaga n'infuse, e ne distese E pel petto e pel ventre e fin a l'anche; E fu di tal virtu questo liquore, Che stagno il sangue e gli torno il vigore:

E gli die forza, che pote salire Sopra il cavallo the 'l pastor condusse. Non pero volse indi Medor partire Prima ch'in terra il suo signor non fosse, E Cloridan col Re fe' sepelire; E poi dove a lei piacque si ridusse; Et ella per pieta ne l'umil case Del cortese pastor seco rimase.

Ne, fin che nol tornasse in sanitade, Volea partir: cosi di lui fe' stima: Tanto se inteneri de la pietade Che n'ebbe, come in terra il vide prima. Poi, vistone i costumi e la beltade, Roder si senti il cor d'ascosa lima; Roder si senti il core, e a poco a poco Tutto infiammato d'amoroso fuoco.

Stava il pastore in assai buona e bella Stanza, nel bosco infra duo monti piatta, Con la moglie e co i figli; et avea quella Tutta di nuovo e poco inanzi fatta. Quivi a Medoro fu per la donzella La piaga in breve a sanita ritratta; Ma in minor tempo si senti maggiore Piaga di questa avere ella nel core.

Assai piu larga piaga e piu profonda Nel cor senti da non veduto strale, Che da' begli occhi e da la testa bionda Di Medoro avvente l'arcier c'ha l'ale. Arder si sente, e sempre il fuoco abonda, E piu cura l'altrui che 'l proprio male. Di se non cura; e non e ad altro intenta, Ch'a risanar chi lei fere e tormenta.

La sua piaga piu s'apre e piu incrudisce, Quanto piu l' altra si restringe e salda. Il giovine si sana: ella languisce Di nuova febbre, or agghiacciata or calda. Di giorno in giorno in lui belta fiorisce: La misera si strugge, come falda Strugger di nieve intempestiva suole, Ch'in loco aprico abbia scoperta il sole.

Se di disio non vuol morir, bisogna Che senza indugio ella se stessa aiti: E ben le par che, di quel ch' essa agogna, Non sia tempo aspettar ch' altri la 'nviti. Dunque, rotto ogni freno di vergogna, La lingua ebbe non men che gli occhi arditi; E di quel colpo domando mercede, Che, forse non sapendo, esso le diede.

O Conte Orlando, o Re di Circassia, Vestra inclita virtu, dite, che giova? Vostro alto onor, dite, in che prezzo sia? O che merce vostro servir ritruova? Mostratemi una sola cortesia, Che mai costei v'usasse, o vecchia o nuova, Per ricompensa e guidardone e merto Di quanto avete gia per lei sofferto.

Oh, se potessi ritornar mai vivo, Quanto ti parria duro, o Re Agricane! Che gia mostro costei si averti a schivo Con repulse crudeli et inumane. O Ferrau, o mille altri ch'io non scrivo, Ch'avete fatto mille pruove vane Per questa ingrata, quanto aspro vi fora S'a costu' in braccio voi la vedesse ora!

Angelica a Medor la prima rosa Coglier lascio, non ancor tocca inante; Ne persona fu mai si avventurosa, Ch'in quel giardin potesse por le piante. Per adombrar, per onestar la cosa, Si celebro con cerimonie sante Il matrimonio, ch'auspice ebbe Amore, E pronuba la moglie del pastore.

Fersi le nozze sotto all'umil tetto Le piu solenni che vi potean farsi; E piu d'un mese poi stero a diletto I duo tranquilli amanti a ricrearsi. Piu lunge non vedea del giovinetto La donna, ne di lui potea saziarsi: Ne, per mai sempre pendegli dal cello, Il suo disir sentia di lui satollo.

Se stava all'ombra, o se del tetto usciva, Avea di e notte il bel giovine a lato: Matino e sera or questa or quella riva Cercando andava, o qualche verde prato: Nel mezo giorno un antro li copriva, Forse non men di quel commodo e grato Ch'ebber, fuggendo l'acque, Enea e Dido, De' lor secreti testimonio fido.

Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto Vedesse ombrare o fonte o rivo puro, V'avea spillo o coltel subito fitto; Cosi, se v'era alcun sasso men duro. Et era fuori in mille luoghi scritto, E cosi in casa in altri tanti il muro, Angelica e Medoro, in varii modi Legati insieme di diversi nodi.

Poi che le parve aver fatto soggiorno Quivi piu ch'a bastanza, fe' disegno Di fare in India del Catai ritorno, E Medor coronar del suo bel regno. Portava al braccio un cerchio d'oro, adorno Di ricche gemme, in testimonio e segno Del ben che 'l Conte Orlando le volea; E portato gran tempo ve l'avea.

Quel dono gia Morgana a Ziliante, Nel tempo the nel lago ascoso il tenne; Et esso, poi ch'al padre Monodante Per opra e per virtu d'Orlando venne, Lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante, Di porsi al braccio it cerchio d'or sostenne, Avendo disegnato di donarlo Alla Regina sua di ch'io vi parlo.

Non per amor del Paladino, quanto Perch'era ricco e d'artificio egregio, Caro avuto l'avea la donna tanto Che piu non si puo aver cosa di pregio. Se lo serbo ne l'Isola del pianto, Non so gia dirvi con the privilegio, La dove esposta al marin mostro nuda Fu da la gente inospitale e cruda.

Quivi non si trovando altra mercede, Ch'al buon pastore et alla moglie dessi, Che serviti gli avea con si gran fede Dal di che nel suo albergo si fur messi; Levo dal braccio il cerchio, e gli lo diede, E volse per suo amor che lo tenessi; Indi saliron verso la montagna Che divide la Francia da la Spagna.

Dentro a Valenza o dentro a Barcellona Per qualche giorno avean pensato porsi, Fin che accadesse alcuna nave buona, Che per Levante apparecchiasse a sciorsi. Videro il mar scoprir sotto a Girona Ne lo smontar giu de i montani dorsi; E, costeggiando a man sinistra il lito, A Barcellona andar pel camin trito.

Ma non vi giunser prima ch'un uom pazzo Giacer trovaro in su l'estreme arene, Che, come porco, di loto e di guazzo Tutto era brutto, e volto e petto e schene. Costui si scaglio lor, come cagnazzo Ch' assalir forestier subito viene; E die for noia e fu per far lor scorno.

* * * * *

The troop then follow'd where their chief had gone, Pursuing his stern chase among the trees, And leave the two companions there alone, One surely dead, the other scarcely less. Long time Medoro lay without a groan, Losing his blood in such large quantities, That life would surely have gone out at last, Had not a helping hand been coming past.

There came, by chance, a damsel passing there, Dress'd like a shepherdess in lowly wise, But of a royal presence, and an air Noble as handsome, with clear maiden eyes. 'Tis so long since I told you news of her, Perhaps you know her not in this disguise. This, you must know then, was Angelica, Proud daughter of the Khan of great Cathay.

You know the magic ring and her distress? Well, when she had recover'd this same ring, It so increas'd her pride and haughtiness, She seem'd too high for any living thing. She goes alone, desiring nothing less Than a companion, even though a king She even scorns to recollect the flame Of one Orlando, or his very name.

But, above all, she hates to recollect That she had taken to Rinaldo so; She thinks it the last want of self-respect, Pure degradation, to have look'd so low. "Such arrogance," said Cupid, "must be check'd." The little god betook him with his bow To where Medoro lay; and, standing by, Held the shaft ready with a lurking eye.

Now when the princess saw the youth all pale, And found him grieving with his bitter wound, Not for what one so young might well bewail, But that his king should not be laid in ground,— She felt a something strange and gentle steal Into her heart by some new way it found, Which touch'd its hardness, and turn'd all to grace; And more so, when he told her all his case.

And calling to her mind the little arts Of healing, which she learnt in India, (For 'twas a study valued in those parts Even by those who were in sovereign sway, And yet so easy too, that, like the heart's, 'Twas more inherited than learnt, they say), She cast about, with herbs and balmy juices, To save so fair a life for all its uses.

And thinking of an herb that caught her eye As she was coming, in a pleasant plain (Whether 'twas panacea, dittany, Or some such herb accounted sovereign For stanching blood quickly and tenderly, And winning out all spasm and bad pain), She found it not far off, and gathering some, Returned with it to save Medoro's bloom.

In coming back she met upon the way A shepherd, who was riding through the wood To find a heifer that had gone astray, And been two days about the solitude. She took him with her where Medoro lay, Still feebler than he was with loss of blood; So much he lost, and drew so hard a breath, That he was now fast fading to his death.

Angelica got off her horse in haste, And made the shepherd get as fast from his; She ground the herbs with stones, and then express'd With her white hands the balmy milkiness; Then dropp'd it in the wound, and bath'd his breast, His stomach, feet, and all that was amiss And of such virtue was it, that at length The blood was stopp'd, and he look'd round with strength.

At last he got upon the shepherd's horse, But would not quit the place till he had seen Laid in the ground his lord and master's corse; And Cloridan lay with it, who had been Smitten so fatally with sweet remorse. He then obey'd the will of the fair queen; And she, for very pity of his lot, Went and stay'd with him at the shepherd's cot.

Nor would she leave him, she esteem'd him so, Till she had seen him well with her own eye; So full of pity did her bosom grow, Since first she saw him faint and like to die. Seeing his manners now, and beauty too, She felt her heart yearn somehow inwardly; She felt her heart yearn somehow, till at last 'Twas all on fire, and burning warm and fast.

The shepherd's home was good enough and neat, A little shady cottage in a dell The man had just rebuilt it all complete, With room to spare, in case more births befell. There with such knowledge did the lady treat Her handsome patient, that he soon grew well; But not before she had, on her own part, A secret wound much greater in her heart.

Much greater was the wound, and deeper far, Which the sweet arrow made in her heart's strings; 'Twas from Medoro's lovely eyes and hair; 'Twas from the naked archer with the wings. She feels it now; she feels, and yet can bear Another's less than her own sufferings. She thinks not of herself: she thinks alone How to cure him by whom she is undone.

The more his wound recovers and gets ease, Her own grows worse, and widens day by day. The youth gets well; the lady languishes, Now warm, now cold, as fitful fevers play. His beauty heightens, like the flowering trees; She, miserable creature, melts away Like the weak snow, which some warm sun has found Fall'n, out of season, on a rising ground.

And must she speak at last, rather than die? And must she plead, without another's aid? She must, she must: the vital moments fly She lives—she dies, a passion-wasted maid. At length she bursts all ties of modesty: Her tongue explains her eyes; the words are said And she asks pity, underneath that blow Which he, perhaps, that gave it did not know.

O County Orlando! O King Sacripant! That fame of yours, say, what avails it ye? That lofty honour, those great deeds ye vaunt,— Say, what's their value with the lovely she Shew me—recall to memory (for I can't)— Shew me, I beg, one single courtesy That ever she vouchsafed ye, far or near, For all you've done and have endured for her.

And you, if you could come to life again, O Agrican, how hard 'twould seem to you, Whose love was met by nothing but disdain, And vile repulses, shocking to go through! O Ferragus! O thousands, who, in vain, Did all that loving and great hearts could do, How would ye feel, to see, with all her charms, This thankless creature in a stripling's arms?

The young Medoro had the gathering Of the world's rose, the rose untouch'd before; For never, since that garden blush'd with spring, Had human being dared to touch the door. To sanction it—to consecrate the thing— The priest was called to read the service o'er, (For without marriage what can come but strife?) And the bride-mother was the shepherd's wife.

All was perform'd, in short, that could be so In such a place, to make the nuptials good; Nor did the happy pair think fit to go, But spent the month and more within the wood. The lady to the stripling seemed to grow. His step her step, his eyes her eyes pursued; Nor did her love lose any of its zest, Though she was always hanging on his breast.

In doors and out of doors, by night, by day, She had the charmer by her side for ever; Morning and evening they would stroll away, Now by some field or little tufted river; They chose a cave in middle of the day, Perhaps not less agreeable or clever Than Dido and AEneas found to screen them, When they had secrets to discuss between them.

And all this while there was not a smooth tree, That stood by stream or fountain with glad breath, Nor stone less hard than stones are apt to be, But they would find a knife to carve it with; And in a thousand places you might see, And on the walls about you and beneath, ANGELICA AND MEDORO, tied in one, As many ways as lovers' knots can run.

And when they thought they had outspent their time, Angelica the royal took her way, She and Medoro, to the Indian clime, To crown him king of her great realm, Cathay.[1]

[Footnote 1: This version of the present episode has appeared in print before. So has a portion of the Monks and the Giants, in the first volume.]

* * * * *

No. III.

THE JEALOUSY OF ORLANDO.

THE SAME.

Feron camin diverso i cavallieri, Di qua Zerbino, e di la il Conte Orlando. Prima che pigli il Conte altri sentieri, All'arbor tolse, e a se ripose il brando; E, dove meglio col Pagan pensosse Di potersi incontrare, il destrier mosse.

Lo strano corso the tenne il cavallo Del Saracin pel bosco senza via, Fece ch'Orlando ando duo giorni in fallo, Ne lo trovo, ne pote averne spia. Giunse ad un rivo, che parea cristallo, Ne le cui sponde un bel pratel fioria, Di nativo color vago e dipinto, E di molti e belli arbori distinto.

Il merigge facea grato l'orezo Al duro armento et al pastore ignudo; Si che ne Orlando sentia alcun ribrezo, Che la corazza avea, l'elmo e lo scudo. Quivi egli entro, per riposarsi, in mezo; E v'ebbe travaglioso albergo e crudo, E, piu che dir si possa, empio soggiorno, Quell'infelice e sfortunato giorno.

Volgendosi ivi intorno, vidi scritti Molti arbuscelli in su l'ombrosa riva. Tosto the fermi v'ebbe gli occhi e fitti, Fu certo esser di man de la sua Diva. Questo era un di quei lochi gia descritti, Ove sovente con Medor veniva Da casa del pastore indi vicina La bella donna del Catai Regina.

Angelica e Medor con cento nodi Legati insieme, e in cento lochi vede. Quante lettere son, tanti son chiodi Co i quali Amore il cor gli punge e fiede. Va col pensier cercando in mille modi Non creder quel ch'al suo dispetto crede: Ch'altra Angelica sia, creder si sforza, Ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.

Poi dice: Conosco io pur queste note; Di tal io n'he tante e vedute e lette. Finger questo Medoro ella si puote; Forse ch'a me questo cognome mette. Con tali opinion dal ver remote Usando fraude a se medesmo, stette Ne la speranza il mal contento Orlando, Che si seppe a se stesso ir procacciando.

Ma sempre piu raccende e piu rinuova, Quanto spenger piu cerca, il rio sospetto; Come l'incauto augel che si ritrova In ragna o in visco aver dato di petto, Quanto piu batte l'ale e piu si prova Di disbrigar, piu vi si lega stretto. Orlando viene ove s'incurva il monte A guisa d'arco in su la chiara fonte.

Aveano in su l'entrata il luogo adorno Coi piedi storti edere e viti erranti. Quivi soleano al piu cocente giorno Stare abbracciati i duo felici amanti. V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno Piu che in altro de i luoghi circonstanti, Scritti, qual con carbone e qual con gesso, E qual con punte di coltelli impresso.

Il mesto Conte a pie quivi discese; E vide in su l'entrata de la grotta Parole assai, che di sua man distese Medoro avea, che parean scritte allotta. Del gran piacer che ne la grotta prese, Questa sentenzia in versi avea ridotta: Che fosse culta in suo linguaggio io penso; Et era ne la nostra tale in senso:

Liete piante, verdi erbe, limpide acque, Spelunca opaca e di fredde ombre grata, Dove la bella Angelica, che nacque Di Galafron, da molti in vano amata, Spesso ne le mie braccia nuda giacque; De la commodita che qui m'e data, Io povero Medor ricompensarvi D'altro non posso, che d'ognior lodarvi:

E di pregare ogni signore amante E cavallieri e damigelle, e ognuna Persona o paesana o viandante, Che qui sua volonta meni o Fortuna, Ch'all'erbe, all'ombra, all'antro, al rio, alle piante Dica: Benigno abbiate e sole e luna, E de le nimfe il coro che provveggia, Che non conduca a voi pastor mai greggia.

Era scritta in Arabico, che 'l Conte Intendea cosi ben, come Latino. Fra molte lingue e molte ch'avea pronte Prontissima avea quella il Paladino E gli schivo piu volte e danni et onte, Che si trovo tra il popul Saracino. Ma non si vanti, se gia n'ebbe frutto; Ch'un danno or n'ha, che puo scontargli il tutto.

Tre volte, e quattro, e sei, lesse lo scritto Quello infelice, e pur cercando in vano Che non vi fosse quel che v'era scritto; E sempre lo vedea piu chiaro e piano; Et ogni volta in mezo il petto afflitto Stringersi il cor sentia con fredda mano. Rimase il fin con gli occhi e con la mente Fissi nel sasso, al sasso indifferente.

Fu allora per uscir del sentimento; Si tutto in preda del dolor si lassa. Credete a chi n'ha fatto esperimento, Che questo e 'l duol che tutti gli altri passa. Caduto gli era sopra il petto il mento, La fronte priva di baldanza, e bassa; Ne pote aver (che 'l duol l'occupo tanto) Alle querele voce, o umore al pianto.

L'impetuosa doglia entro rimase, Che volea tutta uscir con troppa fretta. Cosi veggian restar l'acqua nel vase, Che largo il ventre e la bocca abbia stretta; Che, nel voltar che si fa in su la base, L'umor, che vorria uscir, tanto s'affretta, E ne l'angusta via tanto s'intrica, Ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.

Poi ritorna in se alquanto, e pensa come Possa esser che non sia la cosa vera: Che voglia alcun cosi infamare il nome De la sua donna e crede e brama e spera, O gravar lui d'insopportabil some Tanto di gelosia, che se ne pera; Et abbia quel, sia chi si voglia stato, Molto la man di lei bene imitato.

In cosi poca, in cosi debol speme Sveglia gli spirti, e gli rifranca un poco; Indi al suo Brigliadoro il dosso preme, Dando gia il sole alla sorella loco. Non molto va, che da le vie supreme De i tetti uscir vede il vapor del fuoco, Sente cani abbaiar, muggiare armento; Viene alla villa, e piglia alloggiamento.

Languido smonta, e lascia Brigliadoro A un discreto garzon che n'abbia cura. Altri il disarma, altri gli sproni d'oro Gli leva, altri a forbir va l'armatura. Era questa la casa ove Medoro Giacque ferito, e v'ebbe alta avventura. Corcarsi Orlando e non cenar domanda, Di dolor sazio e non d'altra vivanda.

Quanto piu cerca ritrovar quiete, Tanto ritrova piu travaglio e pene; Che de l'odiato scritto ogni parete, Ogni uscio, ogni finestra vede piena. Chieder ne vuol: poi tien le labra chete; Che teme non si far troppo serena, Troppo chiara la cosa, che di nebbia Cerca offuscar, perche men nuocer debbia.

Poco gli giova usar fraude a se stesso; Che senza domandarne e chi ne parla. Il pastor, che lo vede cosi oppresso Da sua tristrizia, e che vorria levarla, L'istoria nota a se the dicea spesso Di quei duo amanti a chi volea ascoltarla, Ch'a molti dilettevole fu a udire, Gl'incomincio senza rispetto a dire:

Come esso a prieghi d'Angelica bella, Portato avea Medoro alla sua villa; Ch'era ferito gravemente, e ch'ella Curo la piaga, e in pochi di guarilla; Ma che nel cor d'una maggior di quella Lei feri amor: e di poca scintilla L'accese tanto e si cocente fuoco, Che n'ardea tutta, e non trovava loco.

E, sanza aver rispetto ch'ella fosse Figlia del maggior Re ch'abbia il Levante, Da troppo amor constretta si condusse A farsi moglie d'un povero fante. All'ultimo l'istoria si ridusse, Che 'l pastor fe' portar la gemma inante, Ch'alla sua dipartenza, per mercede Del buono albergo, Angelica gli diede.

Questa conclusion fu la secure Che 'l capo a un colpo gli levo dal collo, Poi che d'innumerabil battiture Si vide il manigoldo Amor satollo. Celar si studia Orlando il duolo; e pure Quel gli fa forza, e male asconder puollo; Per lacrime e suspir da bocca e d'occhi Convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

Poi ch'allagare il freno al dolor puote (Che resta solo, e senza altrui rispetto), Giu da gli occhi rigando per le gote Sparge un fiume di lacrime su 'l petto: Sospira e geme, e va con spesse ruote Di qua di la tutto cercando il letto; E piu duro ch'un sasso, e piu pungente Che se fosse d'urtica, se lo sente.

In tanto aspro travaglio gli soccorre, Che nel medesmo letto in che giaceva L'ingrata donna venutasi a porre Col suo drudo piu volte esser doveva. Non altrimenti or quella piuma abborre Ne con minor prestezza se ne leva, Che de l'erba il villan, che s'era messo Per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

Quel letto, quella casa, quel pastore Immantinente in tant'odio gli casca, Che senza aspettar luna, o che l'albore Che va dinanzi al nuovo giorno, nasca, Piglia l'arme e il destriero, et esce fuore Per mezo il bosco alla piu oscura frasca; E quando poi gli e avviso d'esser solo, Con gridi et urli apre le porte al duolo.

Di pianger mai, mai di gridar non resta; Ne la notte ne 'l di si da mai pace; Fugge cittadi e borghi, e alla foresta Su 'l terren duro al discoperto giace. Di se si maraviglia ch'abbia in testa Una fontana d'acqua si vivace, E come sospirar possa mai tanto; E spesso dice a se cosi nel pianto:

Queste non son piu lacrime, che fuore Stillo da gli occhi con si larga vena. Non suppliron le lacrime al dolore; Finir, ch'a mezo era il dolore a pena. Dal fuoco spinto ora il vitale umore Fugge per quella via ch'a gli occhi mena; Et e quel che si versa, e trarra insieme E 'l dolore e la vita all'ore estreme.

Questi, ch'indizio fan del mio tormento, Sospir non sono; ne i sospir son tali. Quelli han triegua talora; io mai non sento Che 'l petto mio men la sua pena esali. Amor, che m'arde il cor, fa questo vento, Mentre dibatte intorno al fuoco l'ali. Amor, con che miracolo lo fai, Che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

Non son, non sono io quel che paio in viso; Quel, ch'era Orlando, e morto, et e sotterra; La sua donna ingratissima l'ha ucciso; Si, mancando di fe, gli ha fatto guerra. Io son lo spirito suo da lui diviso, Ch'in questo inferno tormentandosi erra, Accio con l'ombra sia, che sola avanza, Esempio a chi in amor pone speranza.

Pel bosco erro tutta la notte il Conte; E allo spuntar della diurna fiamma Lo torno il suo destin sopra la fonte, Dove Medoro insculse l'epigramma. Veder l'ingiuria sua scritta nel monte L'accese si, ch'in lui non resto dramma Che non fosse odio, rabbia, ira e furore; Ne piu indugio, che trasse il brando fuore.

Taglio lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo A volo alzar fe'le minute schegge. Infelice quell'antro, et ogni stelo In cui Medoro e Angelica si legge! Cosi restar quel di, ch'ombra ne gielo A pastor mai non daran piu, ne a gregge: E quella fonte gia si chiara e pura, Da cotanta ira fu poco sicura:

Che rami, e ceppi, e tronchi, e sassi, e zolle Non cesso di gittar ne le bell'onde, Fin che da sommo ad imo si turbolle Che non furo mai piu chiare ne monde; E stanco al fin, e, al fin di sudor molle, Poi che la lena vinta non risponde Allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira, Cade sul prato, e verso il ciel sospira.

Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba, E ficca gli occhi al cielo, e non fa motto; Senza cibo e dormir cosi si serba, Che 'l sole esce tre volte, e torna sotto. Di crescer non cesso la pena acerba, Che fuor del senno al fin l'ebbe condotto. Il quarto di, da gran furor commosso, E maglic e piastre si straccio di dosso.

Qui riman l'elmo, e la riman lo scudo; Lontan gli arnesi, e piu lontan l'usbergo L'arme sue tutte, in somma vi concludo, Avean pel bosco differente albergo. E poi si squarcio i panni, e mostro ignudo L'ispido ventre, e tutto 'l petto e 'l tergo; E comincio la gran follia, si orrenda, Che de la piu non sara mai ch'intenda.

In tanta rabbia, in tanto furor venne, Che rimase offuscato in ogni senso. Di tor la spada in man non gli sovvenne, Che fatte avria mirabil cose, penso. Ma ne quella ne scure ne bipenne Era bisogno al suo vigore immenso. Quivi fe' ben de le sue prove eccelse; Ch'un alto pine al primo crollo svelse;

E svelse dopo il primo altri parecchi, Come tosser finocchi, ebuli o aneti; E fe' il simil di querce e d'olmi vecchi, Di faggi e d' orni e d' illici a d' abeti; Quel ch'un uccellator, the s'apparecchi Il campo mondo, fa, per por le reti, De i giunchi e de le stoppie e de l'urtiche, Facchi de cerri e d' altre piante antiche.

I pastor, che sentito hanno il fracasso, Lasciando il gregge sparso alla foresta, Chi di qua, chi di la, tutti a gran passo Vi vengono a veder che cosa e questa.

* * * * *

The poet breaks off here, and enters afterwards at large into the consequences of the madness of Orlando; omitted in this work, for the reasons mentioned at page 224.

* * * * *

No. IV.

THE DEATH OF CLORINDA.

TASSO.

Ma, ecco omai l'ora fatale e giunta Che 'l viver di Clorinda al suo fin deve. Spinge egli il ferro nel bel sen di punta, Che vi s'immerge, e 'l sangue avido beve; E la veste che d'or vago trapunta Le mammelle stringea tenera e leve L'empie d'un caldo fiume. Ella gia sente Morirsi, e 'l pie le manea egro e languente.

Quel segue la vittoria, e la trafitta Vergine minacciando incalza e preme: Ella, mentre cadea, la voce afitta Movendo, disse le parole estreme: Parole ch'a lei novo on spirto ditta, Spirto di fe, di carita, di speme: Virtu ch'or Dio le infonde; e se rubella In vita fu, la vuole in morte ancella:

Amico, hai vinto; io ti perdon: perdona Tu ancora, al corpo no, che nulla pave, All'alma si: deh! per lei prega: e dona Battesmo a me ch'ogni mia colpe lave. In queste voci languide risuona Un non so che di flebile e soave, Che al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza, E gli occhi a lagrimar gl' invoglia e sforza.

Poco quindi lontan nel sen del monte Scaturia mormorando an picciol rio: Egli v'accorse, e l'elmo empie nel fonte, E torno mesto al grande ufficio e pio. Tremar senti la man, mentre la fronte, Non conosciuta ancor, sciolse e scoprio. La vide, e la conobbe; e resto senza E voce, e moto. Ahi vista! ahi cognoscenza!

Non mori gia; che sue virtuti accolse Tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise; E, premendo il suo affanno, a dar si volse Vita coll'acqua a chi col ferro uccise. Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse, Colei di gioia trasmutossi, e rise: E in atto di morir lieto e vivace, Dir parea; S'apre il cielo; io vado in pace.

D'un bel pallore ha il bianco volto asperso, Come a gigli sarian miste viole; E gli occhi al cielo affisa, e in lei converso Sembra per la pietate il cielo e 'l sole; E la man nuda e fredda alzando verso Il cavaliero, in vece di parole, Gli da pegno di pace. In questa forma Passa la bella donna, e par che dorma.

Come l'alma gentile uscita ei vede, Rallenta quel vigor ch'avea raccolto, E l'imperio di se libero cede Al duol gia fatto impetuoso e stolto, Ch' al cor si stringe, e chiusa in breve sede La vita, empie di morte i sensi e 'l volto. Gia simile all' estinto il vivo langue Al colore, al silenzio, agli atti, al sangue.

E ben la vita sua sdegnosa e schiva, Spezzando a sforza il suo ritegno frale, La bell'anima sciolta alfin seguiva, Che poco innanzi a lei spiegava l'ale; Ma quivi stuol de' Franchi a caso arriva, Cui trae bisogno d' acqua, o d'altro tale; E con la donna il cavalier ne porta, In se mal vivo, e morto in lei ch'e morta.

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No V.

TANCRED IN THE ENCHANTED FOREST.

THE SAME.

Era in prence Tancredi intanto sorto A seppellir la sua diletta amica; E, benche in volto sia languido e smorto, E mal atto a portar elmo e lorica, Nulladimen, poi che 'l bisogno ha scorto, Ei non ricusa il rischio o la fatica; Che 'l cor vivace il suo vigor trasfonde Al corpo si, che par ch'esso n'abbonde.

Vassene il valoroso in se ristretto, E tacito e guardingo al rischio ignoto E sostien della selva il fero aspetto, E 'l gran romor del tuono e del tremoto; E nulla sbigottisce; e sol nel petto Sente, ma tosto il seda, un picciol moto. Trapassa; ed ecco in quel silvestre loco Sorge improvvisa la citta del foco.

Allor s' arretra, e dubbio alquanto resta, Fra se dicendo: Or qui che vaglion l'armi? Nelle fauci de' mostri, e 'n gola a questa Divoratrice fiamma andro a gettarmi? Non mai la vita, ove cagione onesta Del comun pro la chieda, altri risparmi; Ma ne prodigo sia d' anima grande Uom denso; e tale e ben chi qui la spande.

Pur l'oste che dira, s'indarno io riedo? Qual altra selva ha di troncar speranza? Ne intentato lasciar vorra Goffredo Mai questo varco. Or, s'oltre alcun s'avanza, Forse l'incendio, che qui sorto i' vedo, Fia d'effetto minor che sembianza; Ma seguane che puote. E in questo dire Dentro saltovvi: oh memorando ardire!

Ne sotto l'arme gia sentir gli parve Caldo o fervor come di foco intenso; Ma pur, se fosser vere fiamme o larve, Mal pote giudicar si tosto il senso: Perche repente, appena tocco, sparve Quel simulacro, e giunse un nuvol denso, Che porto notte e verno; e 'l verno ancora E l'ombra dileguossi in picciol'ora.

Stupido si, ma intrepido rimane Tancredi; e poiche vede il tutto cheto, Mette securo il pie nelle profane Soglie, e spia della selva ogni secreto. Ne piu apparenze inusitate e strane, Ne trova alcun per via scontro o divieto, Se non quanto per se ritarda il bosco La vista e i passi, inviluppato e fosco.

Alfine un largo spazio in forma scorge D'anfiteatro, e non e pianta in esso, Salvo che nel suo mezzo altero sorge, Quasi eccelsa piramide, un cipresso. Cola si drizza, e nel mirar s' accorge Ch' era di varj segni il tronco impresso, Simil a quei, che in vece uso di scritto L'antico gia misterioso Egitto.

Fra i segni ignoti alcune note ha scorte Del sermon di Soria, ch'ei ben possiede: O tu, che dentro ai chiostri della morte Osasti por, guerriero audace, il piede, Deh! se non sei crudel, quanto sei forte, Deh! non turbar questa secreta sede. Perdona all'alme omai di luce prive: Non dee guerra co' morti aver chi vive.

Cosi dicea quel motto. Egli era intento Delle brevi parole ai segni occulti. Fremere intanto udia continuo il vento Tra le frondi del bosco e tra i virgulti; E trarne un suon che flebile concento Par d'umani sospiri e di singulti; E un non so che confuso instilla al core Di pieta, di spavento e di dolore.

Pur tragge alfin la spada, e con gran forza Percote l'alta pianta. Oh maraviglia! Manda fuor sangue la recisa scorza, E fa la terra intorno a se vermiglia. Tutto si raccapriccia; e pur rinforza Il colpo, e 'l fin vederne ei si consiglia. Allor, quasi di tomba, uscir ne sente Un indistinto gemito dolente;

Che poi distinto in voci: Ahi troppo, disse, M' hai tu, Tancredi, offesso: or tanto basti: Tu dal corpo, che meco e per me visse, Felice albergo gia, mi discacciasti. Perche il misero tronco, a cui m'affisse Il mio duro destino, ancor mi guasti? Dopo la morte gli avversarj tuoi, Crudel, ne' lor sepolcri offender vuoi?

Clorinda fui: ne sol qui spirto umano Albergo in questa pianta rozza e dura; Ma ciascun altro ancor, Franco o Pagano, Che lassi i membri a pie dell'alte mura, Astretto e qui da novo incanto e strano, Non so s' io dica in corpo o in sepoltura. Son di sensi animati i rami e i tronchi; E micidial sei tu, se legno tronchi.

Qual infermo talor, ch'in sogno scorge Drago, o cinta di fiamme alta Chimera, Sebben sospetta, o in parte anco s'accorge Che simulacro sia non forma vera, Pur desia di fuggir, tanto gli porge Spavento la sembianza orrida e fera: Tale il timido amante appien non crede Ai falsi inganni: e pur ne teme, e cede:

E dentro il cor gli e in modo tal conquiso Da varj affetti, che s' agghiaccia e trema; E nel moto potente ed improvviso Gli cade il ferro: e 'l manco e in lui la tema. Va fuor di se. Presente aver gli e avviso L' offesa donna sua, che plori e gema: Ne puo soffrir di rimirar quel sangue, Ne quei gemiti udir d'egro che langue.

Cosi quel contra morte audace core Nulla forma turbo d' alto spavento; Ma lui, che solo e fievole in amore, Falsa imago deluse e van lamento. Il suo caduto ferro instanto fuore Porto del bosco impetuoso vento, Sicche vinto partissi; e in sulla strada Ritrovo poscia, e ripiglio la spada.

Pur non torno, ne ritentando ardio Spiar di novo le cagioni ascose; E poi che, giunto al sommo Duce, unio Gli spirti alquanto, e l'animo compose, Incomincio: Signor, nunzio son io Di non credute e non credibil cose. Cio che dicean dello spettacol fero, E del suon paventoso, e tutto vero.

Maraviglioso foco indi m'apparse, Senza materia in un istante appreso; Che sorse, e, dilatando un muro farse Parve, e d' armati mostri esser difeso. Pur vi passai; che ne l'incendio m' arse, Ne dal ferro mi fu l'andar conteso: Verno in quel punto, ed annotto: fe' il giorno E la serenita poscia ritorno.

Di piu diro; ch'agli alberi da vita Spirito uman, che sente e che ragiona. Per prova sollo: io n'ho la voce udita, Che nel cor flebilmente anco mi suona. Stilla sangue de' tronchi ogni ferita, Quasi di molle carne abbian persona. No, no, piu non potrei (vinto mi chiamo) Ne corteccia scorzar, ne sveller ramo.

THE END

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